
Il vento e’ una forza della Natura che presenta le sue caratteristiche migliori quando spira su superfici lisce o poco scabre. I filetti del fluido mantengono costanti il proprio modulo di velocita’ e la propria direzione. E quale superficie terrestre si presta meglio di quella offerta dal mare?
D’altra parte la tecnologia eolica e’ la piu’ redditizia tra le rinnovabili in termini di potenza installata a metro quadrato e di ciclo dell’anidride carbonica riferito all’intera vita delle macchine in uso.
Non ci si puo’ esimere, quindi, dal puntare sull’energia eolica, se si vuole raggiungere l’ambizioso traguardo di riduzione del 20% di CO2, al 2020. Ma come fare se, da una parte l’orografia del nostro territorio e dall’altra le restrizioni ecologico-ambientali imposte, alcune condivisibili, hanno praticamente ridotto all’osso il potenziale installabile?
Non rimane altra strada che puntare sull’eolico offshore, ovvero in mare aperto.
Le tecnologie non mancano e hanno gia’ maturato la loro esperienza, seppur molto c’e’ da sviluppare. Le difficolta’ sono da imputare alla resistenza dei materiali nelle condizioni impervie offerte dall’acqua marina e ai costi ancora esorbitanti di gestione.
Un nuovo spiraglio pero’ fa ben sperare. Il Comune di Tricase, in provincia di Lecce, ha stipulato una convenzione con un’azienda che si occupa di eolico, per l’installazione di un parco offshore, costituito da 24 unita’ di potenza media pari a 2,4 MW. Il progetto si discosta molto dai precedenti danesi e inglesi perche’ bada, non solo alla produzione di energia elettrica costante, ma soprattutto a ridurre i costi di gestione, puntando a rendere la tecnologia estremamente competitiva con le altre del mercato.
Le unita’ sono il risultato progettuale dell’ingegneria petrolifera offshore e di quella eolica onshore. L’abbattimento dei costi si realizza con una piu’ alta autonomia gestionale e manutentiva di ciascuna unita’. La piattaforma e’ indipendente e su di essa c’e’ abbastanza spazio per svolgere tutte le attivita’ di manutenzione anche straordinaria che possono anche consistere nella sostituzione di una pala.
Eliminando la necessita’ di navi-gru in fase amnutentiva, si risparmia fino a 100.000 euro al giorno! Il rotore infatti, non e’ lo stesso della tecnologia onshore. Le pale, passano da 3 a 2, e le altezze non sono proibitive.
La tecnologia utilizzata nella progettazione delle piattaforme invece, adotta a pieno il concetto di “floating foundation” e di “Tension Leg Platform” (TLP) dell’ingegneria petrolifera. Si tratta di una fondazione adagiata sul fondale a cui sono legate una serie di catene. Queste ancorano la piattaforma su cui e’ montata la torre. La piattaforma e’ semi-sommersa (principio di Archimede) per una profondita’ tale da conservare, in dovuta tensione, tutte le catene di ancoraggio. La tensione imposta alle catene e’ tale da ridurre al minimo l’impatto che forze esterne, come il vento, le onde del mare e le correnti marine, hanno sulla stabilita’ della piattaforma.
Il progetto pilota, oltre ad offrire un palcoscenico tecnologico mondiale alla Regione Puglia, apre nuovi scenari di sviluppo alle energie rinnovabili, incrementa le speranze dei piu’ scettici e, una volta tanto, ci rende orgogliosi di essere italiani.